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REVIEWS

Glen
Kenny (NY TIMES)


“Beautiful Things” is a spectacularly shot documentary with a fugue structure. Its director, Giorgio Ferrero, is a composer, and at the panel my colleague Stephanie Zacherek compared his particular talent on display here as a kind of synesthesia, making music into images rather than using music to enhance images. The theme of “Beautiful Things” is consumption; it begins in Texas, with a lone oilman, moves to a cargo ship heading across the Atlantic, spends some time in an anechoic chamber in Italy, and ends at a plant elsewhere in Europe that converts giant trash fires into energy…
www.rogerebert.com


David Bordwell


(Critic, Professor Emeritus of Film Studies)


Fantasia on petroleum byproducts.
Beautiful Things is a sort of symphony. The director, Giorgio Ferrero, is a composer for films and theatre pieces, and he has directed commercials and photo shoots for Nike, Condé Nast, and other companies. His College project has the sleek professionalism you’d expect of someone with this resumé, yet it’s also a monumental four-part critique of the global cycle of commodities, from production and distribution to disposal. The whole thing is staged, shot, and cut with operatic flair and is given, as you’d expect, a galvanizing soundtrack…
www.davidbordwell.net


Kaleem Aftab
(The Independent, Cineuropa)


Beautiful Things: Is there more than meets the eye?
The editing of the film is impressive, as the sequences overlap at some points, mirroring the way that music is often brought in early to transition scenes in movies. In this way, the strands are not just four separate entities, but cross over at the edges, so two people from different parts of the film can seem to be talking about the same thing, or even in dialogue with each other, despite being thousands of miles apart…
www.cineuropa.org


MARGHERITA GIUSTI HAZON
(Fabrique du cinéma)


Beautiful Things, sinfonia dei cinque sensi.
Documentario, sinfonia visiva, partitura musicale su schermo, urlo e insieme canto: Beautiful Things è un oggetto strano, un’opera visionaria che durante la scorsa Mostra del cinema di Venezia ha lasciato la laguna a occhi spalancati e bocca chiusa. Il film è infatti un assordante elogio al silenzio che calpesta i 5 sensi costringendo lo spettatore a una profonda riflessione sul dietro le quinte della macchina che muove la nostra società: il consumismo
www.fabriqueducinema.com


Alvise Mainardi (Nonsolocinema)


In conclusione, Beautiful things è uno dei migliori esordi italiani degli ultimi anni, e il fatto che sia stato finanziato da un progetto come quello della Biennale College non può far altro che onore alla Mostra. Certo, non si può negare un certo elemento kitsch o voglia d’esagerazione, ma avercene di film così…
www.nonsolocinema.com


Alessandro Annibali (Quinlan)


Diretto dal torinese Giorgio Ferrero, Beautiful Things è una stordente sinfonia visiva sugli oggetti e sul processo di dis-umanizzazione dell’uomo di grandiosa potenza visionaria. In Biennale College a Venezia 74. Tra i film più belli di questa edizione. Sui Festival Scope fino al 19 settembre…
www.quinlan.it


Bruno Roberti (Il manifesto)


Beautiful Things è un film-sinfonia, un “palinsesto” sia del Novecento che della contemporaneità in una osservazione globalizzante.
Alias, Il manifesto


Lara Ricci (Il Sole 24 Ore)


Al suo esordio alla regia dopo varie esperienze come direttore del suono, Ferrero è capace di usare il rumore e le originali inquadrature in modo da trasformare un documentario in un film artistico, in una esperienza estetica emozionante e rivelatrice.
ilsole24ore.com


Antonio Maria Abate (Cineblog)


Giorgio Ferrero appronta un’ambiziosa perciò imperfetta “filosofia delle cose” nel suo ammaliante Beautiful Things. Beautiful Things ci parla perciò anche di connessioni, quelle che s’instaurano tra persone che in questa vita non avranno modo d’incontrarsi nemmeno per sbaglio ma che in qualche modo sono legati. Dalle cose, certo. Quelle cose che ci definiscono, pazienza se dovrebbe essere anzitutto altro a definirci, magari di ben più etereo, intangibile, fossero questi valori, ideali o che so io; attraverso un lavoro di sound design mozzafiato, Ferrero ci accompagna lungo il corso di una vita, più vite, tante vite, le cui tappe ci accomunano.
www.cineblog.it


Giulio Vicinelli (Uzak)


Musicista era e musicista resta, anche quando dirige film. E infatti Beautiful Things, che nel fondo rimane pur sempre documentario, e per lunghe parti procede “in prosa”, a tratti si abbandona a un lirismo libidinoso del comporre, dell’armonizzare in senso musicale gli elementi ritmici e tonali del suono come dell’immagine. E’in questi momenti di grazia poetica che Ferrero cesella certi sincronismi sinestetici perfetti per concordanza ritmico-armonica tra movimenti visivi, cromatismi e rumori, voci e suoni, che solo in senso melodico e musicale, possono essere descritti. Una musicalità, un fare poetico, che sempre dovremo intendere multimodale, plurisensoriale, fatti di relazioni armoniche tra elementi ricadenti sotto domini distinti della percezione, film come canzoni, composizioni scritte per strumenti visivi e musicali insieme.
La musica non di solo ritmo si fa, ma di melodia e armonia insieme, e così il nostro regista-chansonier sopravanza la consueta relazionabilità suono-immagine fondata sulla sola sincronia, di cui pure fa largo uso, per invenire più sottili possibilità dell’associazione sinestetica…
www.uzak.it


Amber Wilkinson (Eyeforfilm)


Composed, like a symphony, of four stories that could be viewed as movements – Oil, Cargo, Measure and Ash – the structure is carefully controlled, which makes the chaos that it partially documents all the more heightened. As with the equally excellent Spanish documentary A Delicate Balance, the connections between the people here are not immediately obvious but soon coalesce to form a wide-ranging view of what it means to be human in the modern world (it’s one downside is it suffers, like Delicate Balance, from an almost exclusively masculine vantage point, although as with that film this is more of a reflection on society than the filmmaking). The film also has a playful quirkiness, the sort of unexpected skew that makes Werner Herzog’s documentaries such a delight…
www.eyeforfilm.co.uk



INTERVIEWS

Amber Wilkinson
(eyeforfilm)


Can we start by talking about the music and sound design because it’s such a crucial element. You come from the collective Mybosswas, so you’ve done this sort of thing before. When you approach the material, do you come to it from the music perspective – thinking how that will happen – or from the documentary hybrid aspect?
The screenplay of my movie is so strange, because I am a composer and have realised a lot feature films as a composer. My work on movies starts from the music point of view. The screenplay was so different from a traditional one because I worked with images from the locations and, obviously, with the words and description but there was a lot of notes of music and sound description. When I started to write my movie, I started from an idea of a psychological story based on sounds. I was very interested in the sounds of the memories of my characters…
www.eyeforfilm.co.uk


Anna Zinola(Corriere.it)


“La mia è una generazione simbolica: è la generazione dei robottini, dei peluche dell’Ikea, ma anche la generazione travolta dalla tecnologia, da internet. Ora stiamo faticosamente cercando di ritornare al silenzio, di trovare un respiro libero dalla compressione dell’esistenza invasa dal rumore”.
www.beautifulthings.it


Alessandro Annibali(Quinlan)


No, al contrario, mi sembra invece tutto molto coerente con la complessità – e insieme l’immediatezza – di quel che si vede nel film. E, a proposito di questo, non so se hai pensato a una possibile definizione del tuo film. Intendo dire, al genere di appartenenza. Si può parlare ad esempio di un’opera sinfonica?
Giorgio Ferrero: Io non l’avrei definito in questo modo perché il termine sinfonia è molto impegnativo. Però a Venezia quasi tutti i tutor mi continuavano a dire: questo è un film sinfonico. Inizialmente è una parola che non usavo nelle presentazioni, perché la trovavo troppo pretenziosa. Poi, andando avanti con la lavorazione e con il montaggio, chi lo vedeva mi diceva: “Eh, ma è un film sinfonico!”. Allora a quel punto ho cominciato a definirlo così anch’io. E adesso anche sul pressbook c’è scritto che è un film sinfonico.

Ah, ok, non l’avevo letto. Te lo chiedo perché il film-sinfonico era un genere che un tempo aveva una grande importanza, soprattutto ai tempi del cinema muto e delle sinfonie delle città. A questo punto perciò non posso non chiederti quali sono stati i tuoi riferimenti. A partire proprio da Citizen Kane e da 2001: Odissea nello spazio, i più impegnativi se vuoi, ma che mi sembrano molto riconoscibili in almeno un paio di punti.
Giorgio Ferrero: Beh, quelli è ovvio che siano dei riferimenti, ma lo sono per chiunque ami il cinema.

Sì, però, per entrare più nello specifico penso al finale di 2001: Odissea nello spazio, con quella stanza settecentesca così astratta e bianchissima, un momento che mi è venuto in mente nelle scene ambientate nella camera anecoica, soprattutto in un paio di inquadrature. Un omaggio, che a mio avviso ci sta tutto, visto che la camera anecoica è un luogo tanto evocativo e visto che rimanda a un senso di immobilismo assoluto e dunque di morte, proprio come nel finale di 2001. E poi, Citizen Kane per il robottino che è un po’ la tua slitta. C’è infatti l’incipit di Beautiful Things in cui vediamo per la prima volta il robottino e poi il finale in cui brucia nel termovalorizzatore. E questo passaggio, tra l’altro, ha un movimento di macchina molto simile a quello del finale del film di Welles, visto che passa dal totale al dettaglio.
Giorgio Ferrero: Il riferimento di Citizen Kane ti devo dire la verità è emerso agli occhi di tutti, anche se io non ci avevo pensato. Quell’inquadratura finale è venuta in modo molto naturale ed è stata dettata dalla possibilità di poter appendersi al ragno, vale a dire quella gigantesca struttura mobile che sposta gli oggetti nel termovalorizzatore. Quando, al momento dei sopralluoghi, avevo chiesto: “Ma posso appendermi al ragno?”, mi era stato detto di no. Poi ho iniziato a insistere e alla fine li ho convinti. A quel punto ho riscritto la scena, perché era talmente bello fare quel movimento, che all’inizio neanche avevo osato scriverlo. Tra l’altro è stato complicatissimo girarla, ci sono voluti due giorni. Non voglio entrare troppo nel tecnico, ma c’era un ronin [un giroscopio che permette di tenere sempre in asse la macchina da presa, n.d.r.] appeso a un ragno di otto tonnellate che serve a scaricare rifiuti, non esattamente un braccio da cinema, visto che è fatto per essere manovrato con dei movimenti meccanici per scaricare oggetti e non per portare la camera. Quindi l’ho scritta lì sul momento. Quando poi l’ho fatta vedere a degli amici, loro mi hanno fatto notare questa cosa di Welles, e ho pensato ‘ops!’. I primi riferimenti e più importanti che ti posso citare sono invece musicali, essendo io un musicista. Infatti, per facilitarmi nella stesura della sceneggiatura, pensavo a dei precisi modelli, che mi diventavano più chiari man mano che andavo avanti. Lo facevo per non perdermi e per individuare dei differenti mondi musicali. Quindi, per la prima parte, quella dei pozzi, ho pensato a Steve Reich e al minimalismo, a queste terrazze di percussioni che si rincorrono. Per il secondo movimento, quello del cargo invece c’è la voce subacquea che canta e lì il riferimento era il progetto di musica sottomarina danese Aquasonic, e i cori liturgici di Penderecki. Per la terza parte ho guardato a Bryce Dessner, che lavora anche con Jonny Greenwood dei Radiohead, Alva Noto e Sakamoto tra gli altri: lui scrive dei temi di archi che hanno sempre un contrappunto costante tra qualche cosa di estremamente dissonante, atonale e inquieto e qualche cosa di molto appagante, armonico e aereo. Adoro il suo modo di scrivere. Mi sembrava fosse la sensazione giusta per la camera anecoica in cui entri e sei subito affascinato perché pensi: “Che posto pazzesco!”, poi però dopo cinque minuti inizi ad avere le palpitazioni e vuoi uscire perché non riesci a respirare. E infine per il quarto movimento, quello del termovalorizzatore, avevo come riferimento l’ultimo Cliff Martinez e la musica elettronica fredda, musica concreta di macchine; la chirurgia del suono per me è rappresentata proprio dai sintetizzatori…
www.quinlan.it


Gabriele Ottaviani


Giorgio Ferrero: “Noi, tossici di oggetti”

Qual è il danno più grave che il consumismo ha provocato e provoca al giorno d’oggi?

La mia generazione è quella che ha subito maggiormente l’accelerazione del consumismo, l’assuefazione a uno stile di vita accumulativo che porta alla compressione, all’assenza di ossigeno. Con questo film abbiamo pensato di guardarci intorno e riflettere, di mettere in discussione i pilastri della nostra stessa esistenza, l’assenza di introspezione e di autoanalisi forse è il rischio più grande. Alzare gli occhi e guardarsi intorno è qualche cosa di meraviglioso e allo stesso di spaventoso. Tenere la testa sotto a una copertina di giocattoli forse è più facile e ci fa sentire meno responsabili delle cose che accadono fuori dalla finestra. Le cose belle hanno un valore immenso e riuscire a goderne a pieno rispettandole è la cosa più difficile nella società in cui viviamo. La distrazione. Forse direi la distrazione se dovessi trovare una parola per rispondere alla sua domanda.

Perché tendiamo ad accumulare cose che spesso non hanno un reale valore?

Spesso tendiamo a proiettare le nostre ansie, le nostre gioie, le nostre speranze negli oggetti, è il modo più semplice per allontanarle dalla nostra testa. Le nostre case sono templi pieni di angoli votivi che ogni giorno adoriamo, riponiamo in essi tutte le nostre speranze. Oggi è più importante la fotografia memorizzata del momento stesso e quasi sempre la fotogenia degli oggetti che sono intorno a noi durante gli autoscatti della nostra vita sono soggetti a più attenzione di quella che offriamo a noi stessi….
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